Diego Pee Burigotto

 

Nato a San donà di Piave (VE) nel 1962, oggi vive e lavora a Desenzano del Garda (BS).

Nei suoi lavori recenti, si possono distinguere due fasi, la prima è caratterizzata soprattutto da una ricerca cromatica fatta di accostamenti e contrasti a volte spiccati, atti a colpire l'occhio; la seconda è invece un'evoluzione della prima, in cui l'elemento figurativo è di maggior impatto visivo.

  

ABOUT ME

 

Del critico d'arte Andrea Domenico Taricco :

Per via fotografica, digitale o scompositiva assistiamo anche alle rifrazioni di Diego Burigotto, estrapolatore dei dati concreti, rimossi dal contingente per essere reinseriti nelle sue composizioni. Come specchi rotti o lenti d’ingrandimento la deframmentazione dell’attimo ordinario si scompone in una grammatica infinitesimale capace di scindere in nuove logiche ricettive che rinviano a metafisiche dello sguardo in frame della mente.

Le caratteristiche revisionistiche degli artisti citatati affondano le proprie radici proprio nel contesto artistico dei secoli precedenti spingendo il loro sentire al di sopra delle considerazioni estetiche che le stesse epoche hanno dettato ai loro antichi artefici. La loro libertà teodicea costituisce il fulcro d’un percorso che sintetizza i surrogati visibilisti e sensibilisti sublimando in potenza le componenti concretiviste dei predecessori prometeici. Il loro aggancio manipolatorio alla materia avviene secondariamente perchè partono essenzialmente da sé stessi ed a sé stessi giungono mediante l’artifizio. Il sensitivismo epimeteo comporta proprio questo slancio in sé stessi in cui il dato immaginifico guida senza sosta l’estro compositivo dell’artista, quale creatore di mondi completamente lontani dal nostro. Vedere dentro sé stessi e tradurre le proprie sensazioni in formulazioni che traducono le cose ordinarie in nuove simbologie espressive oltre la sfera dello spazio e del tempo

L’idea della guerra continua ad imperare nell’opera di Diego Burigotto, Why? (2014). Ispirata alla celebre frase scritta da Jean-Paul Sartre in “Il diavolo e il buon Dio” e riportata tradotta in inglese sul retro della tavola, “When the rich wage war, it’s the poor who die”, essa mostra un bambino, rimasto ormai solo in un contesto post-bellico. Per questo il suo volto appare innaturale, più simile a quello di un adulto, segnato e contratto in una smorfia perché, come sottolinea l’artista, «la guerra non ha permesso di essere un bambino». La tecnica utilizzata, quella pirografica (dal greco antico, che scrive col fuoco), non fa che sottolineare, unitamente al collage realizzato con pezzi di legno e ferro, il senso di distruzione, letteralmente di bruciato. Una sorta di tabula rasa che tutto annienta.

Adelinda Allegretti

gli artisti nella collezione SGARBI

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now